Premessa
In seguito alla riscoperta del vasaio come mestiere tradizionale, noi volontari del Servizio Civile, abbiamo deciso di approfondire l’aspetto dei mestieri tradizionali, in quanto riteniamo che sia un aspetto identificativo del territorio Gerocarnese.
Tutto ciò è stato possibile grazie al supporto della Proloco che ha saputo indirizzarci nella giusta direzione per poter portare avanti questo progetto.
Come prima cosa abbiamo voluto informarci su quali mestieri sono attualmente scomparsi, ma che un tempo hanno svolto un ruolo fondamentale nella vita economica e sociale del paese e del territorio.
Questa nostra piccola ricerca ci ha portati in due direzioni, da una parte il mestiere del conciapelli (mestiere che è ormai scomparso), e quella del frantoio (mestiere che ancora dura ma che sta lentamente scomparendo anch’esso).
Il primo mestiere che abbiamo voluto approfondire è stato quello del conciapelli, recandoci dopo una serie di suggerimenti dal signor Sirgiovanni Michele, che a quanto abbiamo appreso ha avuto per molti anni, insieme alla propria famiglia, una conceria a Gerocarne.
C’è da dire inoltre che il signor Sirgiovanni si è dimostrato da subito disponibile ad aiutarci nel nostro progetto, cominciando ad esporci in modo chiaro ed approfondito la sua conoscenza nel mestiere del conciapelli.
I conciapelli
Il mestiere del conciapelli è un mestiere che non ha una data di creazione ben precisa, ma è un mestiere che esiste da sempre. Nel contesto Gerocarnese purtroppo il conciapelli ha una data in cui ha cessato di esistere, questa data è quella del 1966, anno in cui l’ultima conceria è stata “costretta” a cessare la propria attività, per una serie di ragioni che sono individuabili nella mancanza di modernizzazione nella lavorazione delle pelli e nella mancanza di uno spirito imprenditoriale.
Ma prima del 1966 pochi ancora ricordano che a Gerocarne esistevano ben 21 medio-piccole concerie artigianali, che non solo davano lavoro a numerose persone, ma rendevano il paese un punto di riferimento per la lavorazione delle pelli ad alto livello, tale livello di lavorazione era paragonabile solamente ad un altro importante centro per la lavorazioni del pellame che era Cinquefrondi.
Per la lavorazione si impiegava molto tempo, ed è proprio per questo motivo che veniva definita “concia-lenta”, in quanto appunto la lavorazione subiva una serie di processi che facevano ottenere il prodotto finito dopo circa un anno.
La prima fase della lavorazione consisteva nel reperire la materia prima, cioè la pelle grezza.
Questa pelle grezza poteva essere reperita essenzialmente con due metodi, il primo, quello più tradizionale, avveniva attraverso coloro che avevano bisogno di pellame lavorato, e perciò portavano loro stessi la pelle che volevano fosse lavorata. Il secondo metodo, utilizzato in modo più assiduo dalle concerie di più grandi dimensioni, era quello di importare grandi quantità di pellame grezzo, non solamente dai paesi vicini ma soprattutto da regioni limitrofe come: la Sicilia, la Campania e la Basilicata. Fino ad arrivare addirittura a importare da Roma, dove la pelle grezza veniva spedita tramite treni merci.
Le pelli che venivano lavorate potevano essere le più classiche quali ad esempio quelle di mucca, maiale o di capra. Ma potevano essere anche pelli più “particolari” quali ad esempio quelle di cane o di gatto.
La successiva fase di lavorazione consisteva nel mettere queste pelli a mollo in dei tini di legno, per circa 2-3 mesi insieme al “tannino” che è una sostanza che ha il compito di rendere la pelle più morbida per le successive lavorazioni.
La terza fase era forse la più delicata in quanto si procedeva alla pulitura della pelle e alla successiva colorazione. Tale colorazione veniva fatta tramite il “summacco” , cioè una polvere che veniva ricavata dalla corteccia degli alberi, questa polvere veniva disciolta in acqua all’interno di grandi vasche di cemento, dove le pelli venivano rimesse a mollo.
Tolte queste pelli dalle vasche si aveva un semilavorato a cui mancava solamente un ulteriore lavorazione per poter ottenere finalmente il prodotto finito.
Tra i prodotti più richiesti rientravano soprattutto scarpe, suole, cinture e bracciali. Va precisato inoltre che prima della diffusione della gomma naturale ( cioè il cauciù) le suole delle scarpe erano fatto di cuoio più duro e resistente .
I prodotti creati, grazie anche alle loro qualità, venivano esportati non solamente nei paesi circostanti, ma bensì su tutto il territorio italiano. E addirittura gran parte dei costumi che si sono utilizzati nel film Ben-Hur ( il film che ha vinto il maggior numero di Oscar al cinema ), sono stati commissionati proprio ad una serie di concerie di Gerocarne.
Il gran numero di concerie all’interno del paese però ha creato una serie di problemi. Infatti, è vero che portavano numerosi posti di lavoro, ma è vero anche che le varie concerie erano in competizione tra di loro per potersi accaparrare il maggior numero di clientela. La domanda in quel periodo era molto alta e di conseguenza le varie concerie intrapresero una corsa al ribasso dei prezzi, fino ad arrivare ad un punto in cui le concerie più piccole non avevano più convenienza a trasformare il pellame in quanto non vi era un margine di guadagno adeguato, e furono perciò costrette alla chiusura.
Le poche concerie rimaste, convinte oramai di poter fare il bello ed il cattivo tempo nel settore della lavorazione della pelle, non hanno ritenuto importante mettersi al passo con i tempi attraverso la modernizzazione, condannandosi da sole alla chiusura in breve tempo.
Tutto ciò ha fatto in modo che numerose persone perdesse il lavoro essendo così costrette a dover emigrare al nord Italia per cercarsi un nuovo impiego, favorendo così il cosiddetto “svuotamento dei paesini”.
Purtroppo solamente successivamente si capì che la miglior cosa da fare, non era attuare una competizione tra le varie concerie, ma che sarebbe stato sicuramente più costruttivo riunirsi in delle cooperative, conseguendo una serie di vantaggi sia dal punto di vista economico che sociale.
In seguito all’intervista fatta al signor Sirgiovanni noi volontari del Servizio Civile abbiamo scoperto un mestiere che fino a poco tempo fa ha caratterizzato il paese di Gerocarne, ma al quale noi ne eravamo completamente all’oscuro.
Ora la cosa più importante da fare sarebbe far riscoprire alle nuove generazioni il sapore delle proprie radici, spiegando loro che non devono solamente guardare al presente ed al futuro per poter andare avanti, ma soprattutto cercare di riscoprire da dove veramente discendono, sperando che riescano ad estrapolare dal passato solamente gli aspetti positivi, tralasciando invece quelli negativi.
Il frantoio
Volendo svolgere una ricerca approfondita sui frantoi di Gerocarne abbiamo deciso di non scegliere un frantoio moderno, ma abbiamo voluto sceglierne uno antico, in quanto ci sembrava più indicato per il progetto che stiamo portando avanti.
Questo frantoio è situato proprio nel retro della bottega della ex-conceria del signor Sirgiovanni, ed è anch’esso di sua proprietà, anche se oggi purtroppo viene utilizzato solamente come magazzino.
Di conseguenza, abbiamo voluto approfittare della sua disponibilità, facendoci raccontare un po’ la storia del frantoio.
La peculiarità di questo frantoio risiede nel fatto che i macchinari, che servivano per le varie operazioni di lavorazione delle olive, non erano mosse dall’elettricità come avviene negli odierni frantoi, ma dalla ruota di un mulino che a sua volta era mossa dalla forza dell’acqua. Acqua che veniva incanalata in una complessa serie di canali, detti “cannalari”, che avevano il compito di trasportare l’acqua per far muovere la ruota, questa ruota ha una circonferenza di circa 17 metri, perciò si può ben capire che avesse bisogno di un ingente flusso d’acqua per poter essere messa in funzione.
Il territorio Gerocarnese da sempre ha avuto come fonte di economia l’agricoltura, ed in particolare la produzione dell’olio d’oliva. Proprio per questo motivo nel corso della storia si sono andati creare una serie di frantoi, che fino a qualche decennio fa erano oltre una decina.
Ma purtroppo anche i frantoi, come del resto tutte le at5tività di tipo artigianale, hanno oramai perso la vitalità che invece un tempo li caratterizzava.
Ai giorni nostri infatti, vi sono in funzione solamente pochi frantoi, che non hanno più il ruolo di centralità che invece un tempo assumevano all’interno del contesto Gerocarnese.
Le fasi della lavorazione possono essere così riassunte.
La prima fase consisteva ( dopo che ovviamente si aveva a disposizione la materia prima, cioè le olive ) nella pulitura delle olive. Tale operazione aveva il compito di “lavare” le olive da ogni tipo di impurità, come ad esempio: terra, erba e pezzi di legno.
La seconda fase consisteva nella macinatura delle olive, questa macinatura a differenza dei moderni frantoi, non avveniva tramite l’utilizzo di macchine, ma veniva fatta attraverso grandi ruote di pietra, che anticamente erano mosse dagli uomini e dagli animali, ma che adesso, erano mosse da una serie di ingranaggi collegati alla ruota del mulino.
Dal precedente processo di lavorazione ne uscivano fuori dei “dischi” di notevoli dimensioni, composti dalle olive macinate, questi “dischi” a loro volta venivano sistemati in un apposito macchinario ( anch’esso mosso dalla ruota del mulino ) che aveva il compito di pressarli, facendone uscire la parte liquida di cui erano composti, che altro non era che l’olio.
La cosa che più di ogni altra ci ha sorpresi, è stato il fatto che praticamente il frantoio riusciva a funzionare in maniera ottimale senza aver bisogno dell’elettricità, ma era autosufficiente grazie alla forza idrica.
Ma purtroppo non in tutte le storie c’è un lieto fine, ed infatti il finale di questa storia è caratterizzato dalla chiusura del frantoio.
I motivi che hanno sancito la cessazione dell’attività possono essere riconducibili principalmente a due fattori determinanti.
Il primo fattore, riconducibile alla chiusura del frantoio, è avvenuto in seguito alla modernizzazione degli altri frantoi che cosi riuscivano a svolgere un processo di lavorazione più veloce, di conseguenza il cliente sceglieva quel frantoio che gli proponeva il cosiddetto “tutto e subito”, mettendo così da parte il frantoio che invece aveva dei tempi di lavorazione più lenti.
Il secondo fattore si ricollega invece al fatto che, in un frantoio moderno, l’operaio svolgeva certamente meno lavoro rispetto ad uno più tradizionale, ne è conseguito perciò che gli operai decisero di abbandonare un tipo di lavoro più pesante, lasciando così il “vecchio” frantoio senza più manodopera.
Eppure pensandoci bene un frantoio del genere avrebbe costi di energia quasi nulli, in un tempo in cui l’energia ha costi sempre più elevati non sarebbe di certo una cattiva idea cercare di rivalorizzare un’attività del genere.
Noi in cuor nostro ci auguriamo che si possa davvero fare qualcosa in questa direzione, e soprattutto che le generazioni più giovani prendano coscientemente le problematiche del territorio in cui vivono, e che cerchino in qualche modo di rivalorizzare aspetti caratterizzanti come i mestieri tradizionali.